Quell’eterno risveglio tra le braccia del dolore. (Saffron Christensen-Savoy)

25 04 2007

 

Chi disse che l’amore è un sogno, fu primo a dire che
ai sogni non bisogna mai credere

( Jim. Morrison ).

 

L’alba del nuovo giorno non portava con sé niente di riconfortante. La luce s’insinò furtivamente nella stanza, rimembrandole quanto fosse lugubre la sua vita. Lei cercò di tornare nel regno di Morfeo, in cui, ultimamente, non era mai entrata, i pensieri bui, come uno stormo di cornacchie, andavano e venivano nella sua testa, acompagnati dalle lacrime e dagli antidepresivi. Si alzò e accese una sigaretta. Guardò tristemente la stanza, dominata ancora dalle tenebre. Cercò di capire se fosse reale quello che stava vivendo. Non le importava che giorno fosse, i suoi legami con il mondo dei vivi, caratterizzato dagli odori, rumori e dalla molesta luce del sole, diventavano sempre più fragili.

 

 

 

IMPROVVISAMENTE il telefono squillò. Il suono sembrava essere il rombo della tromba di Gerico nel silenzio stordito. Pareva un lontano richiamo di quella vita a cui lei, probabilmente, non apparteneva più. Le sue mani cominciarono a tremare e la sigaretta cadde. Non poteva essere una delle sue frequenti allucinazioni, non potevano essere i fantasmi del suo passato, se ne andarono appena lei aveva aperto gli occhi. Il ritmo del cuore accelerò e goccioline di sudore le ricoprirono la fronte. Una lieve speranza le riempì quel vuoto incolmabile. Per un istante ella pensò che tutto sarebbe potuto cambiare: lei smetterebbe di piangere e di fumare, di rifiutare il cibo, di disperarsi, smetterebbe di riempire lo stomaco di farmaci e getterebbe via tutti gli alcolici, se… Solo se chiamase lui… Il nodo alla gola le impediwa di fare qualsiasi movimento. La forza oppresiva del pensiero premava sulle tempie. Sentiva un caldo pazzesco che sembrava essere l’inferno di cui le porte si erano spalancate. Sentì che qualcosa le scendeva sulle labra. Era sicura che fossero lacrime… Era il sangue. Era cosi caldo e rosso che lei rabbrividì. Un altro squllo del telefono la fece uscire dallo stupore. Si pulì le mani, strusciandole sui pantaloni spora i quali rimase il sangue mischiato al sudore – segno della sua ignominiosa paura. Attraversò la stanza e appena volle alzare la cornetta, il teleno si mise a tacere. Fu talmente inaspettato che lei rimase con la mano sospesa nell’aria. Non riusciva a realizare fino alla fine che la sua speranza era stata brutalmente calpestata. Lo comprese solo dopo molti minuti. Lo capì talmente bene che le sembrò di vedere i frantumi della salvezza. Lo capi talmente bene che fu presa dall’odio che le offuscò la mente, ma così forte che lei sradicò la spina dalla parete, prese il telefono e cominciò a distruggerlo violentemente. Delusa, amareggiata e confusa sentì dei febbrili impulsi di piangere. Un urlo angoscioso le usci dalla gola e fu un grido disperato e pieno di sofferenza che spaventò gli uccelli ancora assonnati sugli alberi. Qualcosa si spezzò dentro di lei e lei odiò con tutta se stessa colui che le aveva inflitto l’umiliazione che stava subendo. Lo odiò fino al punto di voIerlo morto.
Pensò di tutto.

 

 

AL PIANTO CONVULSIVO si univano le parole che, non essendo ancora nate, morivano sulle labbra. Il suo sguardo finì sullo specchio, secolare e polveroso, e all’improvviso ella smise di piangere. Si guardò e pensò che io specchio era il suo unico amico perché quando lei piange, esso non ride… Non l’avrebbe mai derisa e umiliata, mai। Si alzò, accese un’altra sigaretta e prese il lettore cd. Andò sul terrazzo e si mise a contemplare, irrimediabilmente impassilbile, le acque che scorrévano a due metri dal terrazzo. Non aveva più pensieri, né sentimenti, noasentiva nemmeno il freddo agghiacciante che si era stanziato da tempo nel suo cuore. Le sembrava di essere morta. Forse lo era. Qualcosa è morto dentro di lei con quel doloroso “addio”. Solo la voce di Jim Morrison che usciva dalle cuffie le ricordava che era ancora viva: «… Questa è la fine … La mia unica amica, la fine… »